Credit Suisse: finanziamento di un oleodotto in una riserva

Negli Stati Uniti, la costruzione del North Dakota Access Pipeline, un oleodotto traversante una riserva di Sioux di Standing Rock, ha suscitato forti opposizioni. Tuttavia, Credit Suisse ha persistito nel finanziamento di questa costruzione.

Dalla primavera del 2017 negli Stati Uniti il petrolio passa per la condotta chiamata “North Dakota Access Pipeline” (DAPL) – nonostante le proteste sollevate in loco contro il progetto da parte degli indigeni e degli attivisti per l’acqua, durate diversi mesi. L’oleodotto minaccia infatti l’approvvigionamento principale di acqua potabile della popolazione locale dei Sioux di Standing Rock e di altri 17 milioni di persone a valle del fiume. Inoltre, dei siti culturali importanti sono stati distrutti in seguito alla sua costruzione. Non esiste alcuno studio esteso sull’impatto ambientale e la popolazione indigena non è stata consultata a sufficienza in merito al progetto, benché la Dichiarazione dell’ONU sui diritti dei popoli indigeni lo preveda. Pertanto, dei rappresentanti dell’ONU hanno chiesto a più riprese al governo americano di fermare il progetto. Un movimento internazionale ha invitato gli investitori delle imprese di costruzione di cessare i finanziamenti. Di conseguenza diversi istituti finanziari si sono ritirati in parte o del tutto dal progetto, o perlomeno lo hanno criticato pubblicamente.

Questo però non è il caso di Credit Suisse: malgrado le numerose critiche e una crescente coscienza pubblica sul fatto che il progetto sia contrario ai diritti umani, la banca ha proseguito e addirittura intensificato le sue relazioni d’affari con le imprese responsabili della costruzione dell’oleodotto (Sunoco, ETE e ETP, spesso chiamate ”Energy Transfer Family”). Credit Suisse ha concesso delle linee di credito, assunto funzioni consultive e amministrative, facilitato transazioni e gestito delle azioni. Tutto questo nonostante il fatto, si noti bene, che la banca avesse classificato l’oleodotto come progetto ad alto rischio e che le sue direttive interne le vietino di sostenere imprese i cui progetti concernenti petrolio o gas violino i diritti umani, soprattutto dei gruppi indigeni.

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Quel che cambia con l’iniziativa:

Se l’iniziativa per multinazionali responsabili fosse già in vigore, Credit Suisse sarebbe stato tenuto a eseguire un processo di dovuta diligenza (Due Diligence) complessivo. Sarebbero così emersi i numerosi rischi relativi ai diritti umani – la violazione del diritto al consenso libero e informato della popolazione indigena, la violazione del diritto al loro territorio ancestrale e a un ambiente pulito, ecc. Alla luce di questa situazione di partenza, Credit Suisse avrebbe in seguito dovuto esigere il rispetto di questi diritti umani da parte delle imprese di costruzione e, eventualmente, imporre una sospensione dei lavori o interrompere le relazioni di affari in caso di mancato miglioramento della situazione. Inoltre, Credit Suisse avrebbe dovuto presentare un rapporto trasparente sui rischi e sulle misure adottate in merito.

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